INFORMAZIONI SUL FENOMENO CARSICO DEL BUSSENTO

L’inghiottitoio del Bussento fu segnalato all’Istituito Italiano di speleologia fin dal 1931 dal Trotta. Esplorato per la prima volta nel 1950 dal barone Franchetti del Circolo speleologico romano, è stato oggetto di diverse spedizioni nel corso degli anni (1952/1956/1982).
Grazie a tali studi oggi si può ipotizzare un complesso carsico delle grotte di Orsivacca, Bacuta, Carabo e Cozzetta che potrebbero avere uno sbocco nell’inghiottitoio che si snoda per circa 6 Km sotto il monte Pannello per poi riemergere nel comune di Morigerati.
All’inghiottitoio del Bussento si arriva percorrendo un sentiero in discesa che parte da una quoto di circa 400 metri slm per arrivare ai 233 metri slm dell’ingresso.
Scendendo per il sentiero ci si rende subito conto dell’imponente complesso ad anfiteatro con pareti alte quasi 150 metri.L’ingresso della grotta è costituito da un grande portale ad arco, alto circa 25 metri, largo più di 10 metri , testimone dell’importanza della cavità. Questo immette in una galleria di dimensioni notevoli con andamento sub-orizzontale e dislivello fra ingresso e sifone finale di 25 metri distribuiti sui poco più che 600 metri attualmente accessibili. Non sono presenti salti e pertanto la lieve pendenza non viene avvertita, nè nel primo tratto in cui grossi blocchi e conoidi di fango costringono a qualche saliscendi, nè nel secondo tratto abbastanza più stretto e allagato in più punti.
Poco dopo l’ingresso, la galleria si amplia ulteriormente in un salone lungo e largo, alto fino ad una trentina di metri, che risulta la parte più ampia della cavità. Successivamente la volta si abbassa prima gradatamente, poi improvvisamente fino ad arrivare all’altezza minima di 1,70 metri , a poco meno di 250 metri dall’ingresso.

Dopo qualche metro la volta si rialza a formare la Sala del Gambero (così chiamata dalla spedizione Franchetti), mentre la cavità cambia morfologia, restringendosi e formando laghetti allungati e incassati fra alte pareti. La grotta continua con questo andamento di forra alta anche 20/25 metri e larga pochi metri giungendo alla Sala Franchetti, così chiamata perché qui si fermo la spedizione del Barone nel 1950. Il tratto esplorato termina con un laghetto sifonale e una cascata oltre i quali i diversi speleologi non sono potuti andare.

Anche la risorgenza del Bussento è stata oggetto di esplorazioni che hanno reso accessibile al visitatore 600 metri. Quindi dei circa 6 Km sotterranei ne sono stati esplorati 1,2 km.

Le terre del Bussento sono situate all’estremo sud del Cilento e per la loro particolare conformazione si possono paragonare ad un anfiteatro naturale, con all’interno una suggestiva cornice di imponenti rilievi, tra i quali il Cervato dal quale ha origine il fiume, che in progressione digradano in colline a volte dolci e a volte scoscese ed aspre che alla fine vengono a comporre , con la costa, l’affascinante baia del Sinus Laus. Queste loro particolari caratteristiche che alimentano aspre bellezze naturali, hanno perfino ispirato numerosi versi di autori greci e latini. Non a caso, nel XVIII e XIX secolo, viaggiatori e studiosi italiani e stranieri subirono il fascino senza tempo di questa natura e lasciarono con i loro reportage e scritti testimonianze di grande spessore letterario e storico. Fu il caso dello scozzese Tait Ramage, che viaggiando a piedi fece un descrizione dettagliata di queste terre nei suoi taccuini, o di Raffaele Liberatore che nel suo “Viaggio pittoresco del Regno delle due Sicilie” del 1828, rimanendo affascinato per le caratteristiche e bellezze naturali che questo territorio è capace di produrre al punto che espresse positivi giudizi nel visitare le terre del Bussento.

Le acque del fiume, nel territorio di Caselle in Pittari (località “Carcarula – Sabetta”), prima di essere sbarrate dalla realizzazione della diga della centrale idroelettrica (1956 – 1960), a circa 4 km a valle, si inabissavano in una enorme e profonda grotta naturale che, per la sua funzione di assorbimento idrico, è chiamata inghiottitoio del fiume Bussento, localmente meglio conosciuta come la “Rupe”, censita nel Catasto delle grotte della Campania con la sigla Cp. 18. Le acque del Bussento possono essere percorse nell’inghiottitoio per circa 600 metri già esplorati (solamente da persone esperte di speleologia). Il fiume, dopo aver percorso un tratto sotterraneo di circa 6 chilometri (circa 4 km in linea d’aria), riemerge in superficie sotto l’abitato di Morigerati attraverso un’altra grande cavità naturale denominata risorgenza del Bussento, con un dislivello di circa 117 m., censita nel citato Catasto con la sigla Cp. 19. Questo tratto del fiume può essere risalito per circa 600 metri prima che, anche qui, un sifone a forma circolare sbarri ogni possibilità di prosecuzione

Per una migliore comprensione della descrizione relativa all’interno dell’inghiottitoio del Bussento, si ritiene opportuno riportare alcuni dei principali dati catastali in nostro possesso, ingresso ad antro, alto circa 30 metri e largo 12 m., con fondo cosparso di ciclopici massi a forma di blocchi, quota di ingresso m. 237, quota terminale m. 212 circa, dislivello m. 25 circa, sviluppo complessivo m. 603, larghezza massima m. 15, altezza massima m. 30 circa, altezza minima m. 1,70. Si riportano alcuni punti di riferimento identificativi raggiunti all’interno del percorso sotterraneo già esplorato come la Sala del Gambero, un ponte calcitico, la Galleria Franchetti, la Sala Consolini e la sala Monaco e Spera. Alcuni di questi dati, attualmente potrebbero essere stati anche superati poiché gli stessi rilevamenti furono eseguiti dal dott. G. Pasquini negli anni 50 – 60 del Novecento.

Inghiottitoi del Bussento, Orsivacca, Cozzetta, Carabo o Baccuta

Inghiottitoio di Orsivacca:, con una cavità abissale e attività stagionale. Si apre con un portale completamente ricoperto di vegetazione alle pendici di un’amena collina denominata Costadestra (a sud – ovest del monte Rotondo 1.178 msl.). Presenta uno sviluppo superiore a 900 metri e un dislivello di circa 150 metri. Il percorso ipogeo della grotta è caratterizzato da frequenti variazioni direzionali, brevi salti, tratti di meandro e laghetti, colate di concrezione dalle quali emergono apprezzabili gruppi di stalagmiti e stalattiti, fino al raggiungimento della “Sala De La Hidalgo”, punto di congiunzione con il Cozzetta. Nell’Orsivacca sono stati individuati dagli speleologi del CAI di Napoli e Salerno tre nuovi tronchi mai esplorati con ambienti molto ampi, estesi laghetti e cascate (Umberto del Vecchio Convegno Oliveto Citra 2007).

Inghiottitoio di Cozzetta  con una cavità abissale e attività stagionale. Le sue modeste attività sono dovute al fatto che le acque del torrente Baccuta vengono catturate dall’inghiottitoio Caravo a circa 100 metri più a monte. La grotta insiste sotto una copertura di roccia a forma tettonica, ha l’ingresso a forma di pozzo. Si sviluppa per una lunghezza di circa 370 metri ed un dislivello di 90 metri. Si presenta con una serie di piccoli salti, intervallata da lunghe gallerie e piccoli laghetti che conducono in una grande sala [intitolata allo speleologo basco (Spagna) “De La Hidalgo”], che rappresenta il punto di congiunzione con l’inghiottitoio dell’Orsivacca.

Inghiottitoio di Caravo o Baccuta, con una cavità abissale e attività stagionale. Insiste ad est della collina Cozzetta (contrada Carbone – Carabo). Ha l’ingresso in verticale con un ampio portale alto circa 20 metri e largo 8 metri. La grotta si sviluppa con una sequenza di pozzi di altezza variabile, per un dislivello totale di circa 153 metri e uno sviluppo orizzontale di circa 122 metri. Alla base dei salti si rinvengono marmitte piene di acqua limpidissima e lungo le pareti si evidenziano colate e mammelloni di estrema lucentezza e bellezze. La grotta termina con un sifone. Le particolarità non si esauriscono mai, perché in questa grotta – inghiottitoio è stata rinvenuta la presenza di una elevata varietà di insetti (foto 6 e 7), sia troglessene che troglobie, alcuni dei quali sono stati campionati e sono in fase di studio (campagna speleologica nell’area del Bussento – cfr. l’Appennino Meridionale – Napoli 2005, Cozzolino, Damiano, Mitrano, Ruocco, pp. 149 – 151).

Caratteristiche territoriali ambientali, del carsismo dell’area del Bussento

L’area del fiume Bussento, nel Cilento meridionale, oltre ad essere una zona di particolare fascino paesaggistico, rappresenta un’area di notevole interesse speleologico – scientifico. Nella stessa sono evidenti frequenti e diffusi fenomeni carsici con un esteso sviluppo di forme ipogee ed epigee, i quali condizionano fortemente la morfologia e rendono queste zone di particolare interesse. Infatti, in poche decine di chilometri quadrati sono raggruppati un notevole numero di grotte, inghiottitoi, risorgenze, numerose piccole caverne e sgrottamenti che si aprono in prossimità di alcuni alti morfologici.

Non a caso è qui che si trova uno dei fenomeni carsici più affascinanti e imponenti dell’Italia Meridionale, ritenuto il secondo in Italia ed in Europa.

Quest’area, dal dopo guerra in poi, nonostante sia stata interessata ad una crescente urbanizzazione, associata ad una gestione incontrollata del territorio da parte delle autorità locali ed in particolare nel territorio di Caselle, non ha determinato un eccessivo deterioramento delle risorse ambientali ad eccezione del corso del fiume (Bussento), il quale è stato oggetto di stravolgimenti del suo regime idrico naturale in seguito allo sbarramento forzato dovuto alla realizzazione di una diga che alimenta la centrale idroelettrica “Sabetta”. Il Bussento lungo il suo tragitto verso il mare segue un percorso estremamente articolato, che in numerosi tratti risulta di spettacolare bellezza e di enorme richiamo naturalistico. Lungo il suo alveo, sono evidenti strette gole, forre, cascate e rapide, un colossale inghiottitoio e risorgenze. Inoltre sono presenti tre siti di rilevante importanza comunitaria:

Alta valle del fiume Bussento;

Basso corso del fiume Bussento;

Grotte del Bussento (Umberto Del Vecchio, “Spèlaion” 2005, Martina Franca).

E’ da evidenziare che i percorsi sotterranei sopra menzionati sono tutti caratterizzati da laghetti, salti, risalite, rapide, gruppi di stalagmiti e stalattiti, da insetti vari e rari, oltre a rospi e rane con colori non comuni, pipistrelli, qualche serpentello innocuo e perfino dei funghi.

L’Inghiottitoio del Bussento, all’inizio del percorso sotterraneo, nel territorio di Caselle in Pittari, si apre con un imponente, monumentale ed attraente portale ad arco di circa 30 metri di altezza e 12 di larghezza,

L’intero tratto del fiume, prima di inabissarsi nell’inghiottitoi, oltre ad essere incuneato tra il verde ombreggiante della tipica macchia mediterranea, è ammantato soprattutto da una pianta particolare sempre verde: il bosso dal quale prende nome il Bussento. Il bosso è una pianta che cresce lentamente ed è caratteristica per il suo legno pregiato dal quale gli antichi romani ricavavano perfino delle armi a punta per combattere contro i pirati provenienti dalla costa marina. È altresì conosciuto perché con lo stesso legno si costruivano le famose zampogne. L’alveo del fiume è altresì caratterizzato dall’incastonatura nelle rocce strapiombanti che a tratti raggiungono anche i 100 metri di dislivello.

Non è da sottacere un’altra particolarità, che meriterebbe di essere studiata: il comprensorio del Bussento ha una superficie complessiva di circa 38.521,98 km2, di cui 24.415,83 a boschi e 14.106,15 a coltivazioni varie; di conseguenza, è del tutto evidente che oltre la metà della sua superficie si sviluppa in estensione forestale. Ciò, a modesto parere di chi scrive, è da considerare una rarità del carsismo che insiste nell’area del Bussento, ricordando che, nei territori ove è ampiamente sviluppato il carsismo, come nel caso del Friuli – Venezia Giulia e delle Puglie, la superficie forestale è minima rispetto a quella coltivabile. Si può azzardare a dare una spiegazione pratica col fatto che il terreno carsico superficiale è in gran parte arido e pertanto non consente la proliferazione della vegetazione boschiva. Invece, diverso è il fenomeno nel Salernitano ed in particolare nell’area del Bussento, dove il carsismo si presenta con degli imponenti inghiottitoi caratterizzati da enormi voragini a volte verticali e a volte orizzontali e sebbene non sia una zona molto ricca di acqua, lascia normale il rivestimento podologico nelle vaste superfici sovrapposte. Infatti, se prendiamo come esempio le conformazioni territoriali delle “Foibe” istriane emerge che gran parte delle stesse si aprono in terreno spoglio, sassoso, “careggiato”, mentre svariate “Grave” salernitane presentano il terreno circostante, quasi fino all’orlo della voragine, boschivo o addirittura ricoperto di fitta vegetazione come è il caso degli inghiottitoi e delle grotte nell’area del Bussento. Di conseguenza queste particolarità andrebbero studiate e relazionate in modo da poter dare delle risposte appropriate e soddisfacenti.

Il bacino del Bussento è oltremodo interessante  dal punto di vista geologico e speleologico. Le notizie basilari ci sono state trasmesse dal De Lorenzo, il quale, in un suo manoscritto, affermò che il lembo meridionale della penisola offre quasi in miniatura, paragonandolo ad un modello sintetico, tutti i tratti essenziali della costituzione geologica e dei fenomeni naturali che caratterizzano l’intera regione compresa tra l’Alpe ed il mare ed il Salernitano; in particolare il bacino Bussentino dà l’impressione che corrisponda meglio a tale affermazione. Altre notizie sono state pubblicate da vari autori: Dainelli, Biasutti, Colamonico, Gortani, Crema, Franchi, Suter, Rigaglia, Boese, Trotta, Franchetti, Segre, Laureti, Davide, Patrizi, Cerruti, Pietro Parenzan, Carlo Terranova, Cosimo De Giorgi, il dott. Domenico Guida, Riccardo Ianniciello, lo storico Felice Fusco, Del Vecchio, Pellegrino Nicoletta in occasione della sua tesi di laurea in geologia  e tanti altri.

Il merito di aver segnalato per primo nel 1931al Catasto dell’Istituto Italiano di Speleologia è da attribuire al dott. Michele Trotta di Postiglione (SA), mediante una sua nota “Grotte della Campania, l’inghiottitoio e la Risorgiva del Bussento”. Di conseguenza, fin da allora, il Circolo Speleologico Romano si alternò al Centro Speleologico Meridionale  nelle organizzazioni di spedizioni imponenti ed impegnative mirate a studiare da vicino le problematiche tanto appassionanti del fiume Bussento. È altrettanto doveroso evidenziare che tutti gli autori sopraccitati, descrittori del fenomeno del Bussento, hanno messo in risalto sì i problemi misteriosi e complessi di questo grande ed affascinate fenomeno, ma ne hanno esaltato soprattutto unanimemente le qualità ambientali, le caratteristiche, il valore e le bellezze naturali incontaminate, considerandolo un grande patrimonio da scoprire, riservare, conoscere , e naturalmente da valorizzare. Il suo fascino ha ispirato perfino qualche poeta di passaggio a dedicarle delle poesie.

Non si può non citare che tutta l’impalcatura dell’Italia meridionale (ad eccezione della Calabria), compresa quella del bacino del Bussento è costituita di calcari cretacei e che complessivamente nel Salernitano i calcari a sferuliti e ippuriti del Cervato (sorgente più elevata del Bussento) raggiungono lo spessore di mille metri o addirittura superiore. Un particolare cenno geo–idrologico del sistema che ci interessa, come quello del Bussento sotterraneo, è stato dato dal prof. A. G. Segre in occasione della campagna speleologica del 1952 del Circolo Speleologico Romano diretta dal compianto barone Carlo Franchetti.

Fasi storiche esplorative degli inghiottitoi del territorio bussentino dal 1950 al 1993

Il percorso ipogeo del Bussento, insieme a quelli degli inghiottitoi di Orsivacca, Cozzetta e Caravo o Beccuta, sono stati oggetto di studi esplorativi fin dal 1925. Infatti, il compianto barone Carlo Franchetti fin dalla suddetta data pensava al grande fenomeno carsico del Bussento come possibile meta di una sua esplorazione (Parenzan Storia delle esplorazioni dell’inghiottitoio del fiume Bussento, Napoli, 28 ottobre 1957).

Sono percorsi sotterranei che presentano enormi difficoltà  dovute alla presenza di ostacoli sifonali a causa dei quali non  è stato possibile completare la loro esplorazione. Offrono, comunque, delle caratteristiche e meraviglie che solo la madre natura può originare .

Gli interessi speleologici, geologici, naturalistici, idrologici e ambientali, le caratteristiche, le meraviglie e le difficoltà, hanno trasmesso un fascino attrattivo al turismo interessato al fenomeno carsico e consequenziali sollecitazioni scientifiche tali che dal 1950 si sono intensificati gli interessi scientifici – speleologici in virtù dei quali molti sono stati gli studi e le discussioni degli esperti del settore in vari convegni e rassegne locali, regionali, nazionali ed europee.

Nel mese di dicembre 1950 fu proprio il barone Carlo Franchetti ad avventurarsi a realizzare il sogno accarezzato dal 1925 e alla guida di un gruppo di 10 speleo del Circolo Speleologico Romano tentò per la prima volta l’avventura Bussento. Purtroppo, nonostante la grande esperienza e consolidata professionalità dell’agguerrito gruppo, non riuscì ad andare oltre i 300 metri in profondità orizzontale a causa della forte pressione dell’acqua in prossimità dei sifoni (La prima esplorazione del Bussento sotterraneo è riportata nella “Rassegna Speleologica Italiana” n. 3, Como 1950 pag. 125).

Nel luglio 1952 tentò per la prima volta l’avventura Bussento anche un gruppo di 14 speleologi del Centro Speleologico Meridionale di Napoli, guidato dal prof. Pietro Parenzan, (op. cit., pp. 41 – 43; S. Patrizi e M. Cerruti, Fauna della grotta del Bussento, in “Notiziario del Circolo Speleologico Romano”, n. 5, Roma 1951) e in “Tenebre Luminose” 1957.

Nell’agosto 1952 tornò per la seconda volta il Barone Franchetti con un nutrito gruppo di speleologi (fotografia 16 e 17) e dopo vari tentativi, quasi non curandosi delle evidenti difficoltà e dei rischi che erano dietro l’angolo, riuscì a raggiungere la quota in orizzontale di metri 600, ove fu costretto a fermarsi a causa della presenza di un sifone a forma circolare nel quale defluiva l’acqua con una pressione talmente forte da rendere proibitivo qualsiasi tentativo di prosecuzione. (relazione delle esplorazioni dell’agosto 1952, notiziario del Circ. Spel.co. Romano n. 7, Roma 1954, pp. 4 – 12).

Gli speleologi fino al 1956 avevano come referenti a Caselle in Pittari i compianti Michele e Virgilio Pellegrino, tra i quali si era restaurato una cordiale e frequente corrispondenza epistolare. I Pellegrino, oltre a fare da ciceroni agli speleologi quando arrivavano a Caselle, coinvolgevano altri casellesi come Pellegrino Angelo, Pellegrino Michele, Virgilia Pellegrino ed altri che si impegnavano quotidianamente per il trasporto del materiale necessario alle operazioni esplorative ne diversi inghiottitoi. Inoltre fornivano quasi sempre i viveri necessari. Ciò era dovuto al fatto che i Pellegrino, erano quasi gli unici ad avere la locanda per la distribuzione delle pietanze, la quale, dal 1956 funziona egregiamente sotto il nome: ristorante – pizzeria “Zì FILOMENA” viale Roma n. 13, tel. 0974/988024. Il ristorante – pizzeria Zì Filomena offre alla clientela una vasta gamma di prodotti tipici locali, prelibati piatti di cacciagione e carne locale alla brace con la regia dell’instancabile ed ottimo chef mamma Grazia, nuora della compianta Zia Filomena.

Gli speleologi amano la natura, ma adorano soprattutto le sorprendenti meraviglie che riservano le caverne nelle viscere della terra e sono attratti oltre che dal loro fascino, anche e soprattutto dagli interessi speleologici – scientifici che ne possono derivare. E’ da ricordare che la scienza della speleologia è emersa in Italia nel primo quinquennio del 1900, ma nonostante sia una scienza giovane, negli ultimi anni ha fatto passi avanti ammirevoli. Grazie ai progressi della nuova scienza e agli interessi di sperduti e coraggiosi gruppi di volontari che si sono proiettati con passione a studiare le varie tipologie di questi fenomeni sconosciuti, sono state portate alla luce scoperte non solamente misteriose e meravigliose, ma anche di interesse nazionale, che riservano le caverne nelle viscere della terra. E’ pertanto innegabile che proprio in virtù di questi studi, fin dal 1950 ad oggi, nel comprensorio del Bussento si sono susseguite varie campagne speleologiche, però la più imponente e significativa si ritiene sia stata quella organizzata, per la seconda volta, dal gruppo del Centro Speleologico Meridionale (nel luglio 1956), guidato dal prof. Pietro Parenzan (foto 18) alla quale parteciparono circa quarantacinque persone. In quella occasione il Parenzan, prendendo in considerazione alcune particolari caratteristiche del fiume, i collegamenti con alcuni inghiottitoi superiori, gli interessi delle vicende antiche del sistema e l’importanza della caverna, definì il Bussento “uno dei più imponenti e suggestivi teatri della speleologia mondiale tutt’ora aperto alle indagini della scienza speleologica”(cfr. Speleologica n. 2 1957, p. 81).

Nell’autunno del 1958 il gruppo speleologico del CAI di Napoli, guidato dal dinamico dott. Alfonso Piciocchi, raggiunse per la prima volta il punto di massima penetrazione possibile: il grande sifone, dove fu costretto a fermarsi. Il Piciocchi in quella occasione scrisse: “Senza ombra di dubbio, l’inghiottitoio del Bussento rappresenta un sito di enorme interesse speleologico, geologico, naturalistico, idrologico ed ambientale, le cui sorti così travagliate meriterebbero di prendere a breve un corso ben diverso”, (cfr. Umberto Del Vecchio “Atlante delle grotte della Campania, ed. 2006”).

Nell’estate del 1960, nell’ambito di un raduno internazionale di speleologia, il gruppo dello Speleo Club Roma organizzò un’esplorazione sistematica del corso sotterraneo del fiume Bussento (cfr. Nuovi contributi alla conoscenza del percorso sotterraneo del fiume Bussento,di Lamberto Laureti). In seguito i tentativi sono proseguiti col gruppo Piciocchi (Napoli) nel 1983, col gruppo Speleologico Valtiberino di città di Castello nel 1986 e Ferranti (Napoli) nel 1993.

Dopo si è avuto un lungo periodo di assoluto silenzio dovuto a varie vicissitudini, non ultima il totale disinteressamento degli organi istituzionali che ancora oggi, nonostante siano continuamente pungolati, continuano a non voler capire l’importanza di questo grande fenomeno naturale quale straordinaria attrazione turistica. Esso, valorizzato nelle giuste dimensioni, potrebbe alimentare sia possibilità occupazionali che economiche, nonché tornaconti politici.

Nel 2002 le ricerche finalmente riprendono, per interessamento dell’Associazione Culturale “Valorizziamo Caselle”, retta dal presidente Rocco Ettorre (cfr. Umberto Del Vecchio, L’Appennino Meridionale, 2005, pp. 149 – 152). E’ rilevante il fatto che a seguito di un convegno organizzato dall’Associazione “Valorizziamo Caselle”, nell’agosto del 2002, ritorna nel Bussento dopo 50 anni, il gruppo del Circolo Speleologico Romano guidato dal dott. Giorgio Marzolla

E’ da sottolineare che dalle frequenti iniziative dell’Associazione Culturale “Valorizziamo Caselle”, sempre in collaborazione con l’amministrazione comunale e mirate alla conoscenza ed allo sviluppo del fenomeno carsico dell’area del Bussento, condivise e supportate altresì dalla partecipazione di esperti della speleologia nazionale, sono emerse anche le principali problematiche presenti in questo grande e complesso fenomeno carsico. Non a caso sono state individuati alcuni obiettivi prioritari da perseguire per un sostanziale miglioramento dello stato dei luoghi e la consequenziale riqualificazione.

Uno dei primi obiettivi da raggiungere è stato individuato nella rimozione dei rifiuti solidi galleggianti presenti nell’inghiottitoio del Bussento. Tale operazione è stata puntualmente fatta in conseguenza della scelta di non seguire l’iter burocratico istituzionale, onde evitare di attendere le famose calende greche, ma quello più snello e più pratico del “fai da te”. Ciò è stato possibile grazie alla sensibilità, all’intuito, allo spontaneo e gratuito intervento degli speleologi.

Il primo tentativo di rimozione, anche se a titolo dimostrativo e provocatorio, è stato effettuato il 30 luglio 2005 da un gruppo di 6 speleologi del Circolo Speleologico Romano, guidati dal dott. Giorgio Marzolla.

Tale iniziativa è stata continuata dagli speleologi di Napoli e di Salerno sotto la guida del dinamico dott. Umberto Del Vecchio: sono stati portati fuori dall’inghiottitoio 39 sacchi di immondizia, 20 bombole di gas vuote, vari copertoni di gomma e qualche scaldabagno fuori uso. Questa brillante operazione si è conclusa in occasione della Giornata Nazionale della Speleologia, 25 settembre 2005.

Per portare a conclusione la faticosa e complessa operazione, relativa al trasporto di oltre 600 kg. di immondizia a monte dell’inghiottitoio (Rupe), hanno partecipato 17 speleologi di Napoli e di Salerno, 14 operai volontari della Comunità Montana del Bussento, 5 soci dell’Associazione “Valorizziamo Caselle” con l’onnipresente presidente Rocco Ettorre, il presidente e vice presidente della Federazione Tutela e Ambiente di Tortorella e l’amministrazione comunale con in testa il sindaco Giampiero Nuzzo che ha apprezzato e sostenuto l’iniziativa. Questa manifestazione così simpatica e genuina, sebbene non è stata sufficiente a risolvere tutte le problematiche che attanagliano l’area carsica in questione, è servita sicuramente a sensibilizzare l’opinione pubblica, in particolare il mondo della scuola.

Nel 2003 ritornano anche e con maggiore frequenza i gruppi del CAI di Napoli e di Salerno della Federazione Speleologica Campana, guidati dal dott. Umberto Del Vecchio

Nel 2005 i romani ed i napoletani insieme ai salernitani eseguono un’attività esplorativa ricognitiva, dalla quale si consolida l’idea di intensificare e proseguire le attività con più determinazione negli anni successivi.

Nel 2006 ritorna nuovamente il gruppo Speleo Club Roma guidato da Gianni Mecchia e Maria Fierli, che nonostante le cattive condizioni atmosferiche hanno rivisitato gli inghiottitoi del Bussento, Orsivacca, Cozzetta e Caravo o Baccuta. Una parte dello stesso gruppo, tra cui Gianni Mecchia, proprio a causa delle precarie condizioni atmosferiche, mentre si trovava all’interno dell’inghiottitoio Orsivacca, fu investito da una improvvisa piena e di conseguenza corse seri pericoli, ma grazie all’esperienza e alla professionalità riuscì a mettersi al riparo evitando ulteriori rischi. Nonostante ciò, continuano con molto interesse ed impegno le loro attività con lo scopo di raggiungere un risultato più lusinghiero.

Attualmente anche i gruppi di Napoli e di Salerno, guidati dallo stesso Del Vecchio, continuano incessantemente le attività esplorative. Infatti, con la loro perseveranza sono riusciti a raggiungere un primo obiettivo molto significativo: hanno completato l’esplorazione dell’intero percorso sotterraneo dall’Orsivacca al Cozzetta il quale si sviluppa per una lunghezza complessiva di circa 1.600 metri. Di conseguenza, ora sappiamo con certezza che le due grotte sono collegate.

Dalla lettura delle osservazioni e dai dati raccolti nel corso delle varie campagne esplorative emerge che fin dalla parte iniziale dei percorsi sotterranei degli inghiottitoi sono stati riscontrati grandiosi ambienti, resi imponenti da fughe di muraglie alte 30 – 40 metri, dall’accatastamento di ciclopici massi e da gigantesche canne a forma d’organo derivanti..

Nelle pregevoli relazioni si suggerivano anche elaborazioni di progetti mirati alla riqualificazione e valorizzazione del bacino bussentino già esplorato, quale potenziale attrazione turistica naturale, scientifica ed ambientale; però a malincuore si deve constatare che di questi progetti non si trova traccia.

Per difficoltà oggettive e per la totale mancanza di elaborazione di progetti mirati alla valorizzazione del più importante patrimonio naturale della regione Campania i 600 metri del percorso sotterraneo del Bussento già esplorati non sono stati ancora resi fruibili ai numerosi turisti appassionati delle bellezze e caratteristiche ambientali a tutt’oggi incontaminate. E’ comunque sempre affascinante ed emozionante visitare l’ambiente esterno (foto 23) all’inghiottitoio,  “La Rupe”, poiché essa è incastonata come una scultura e circondata da una roccia calcarea strapiombante con un dislivello di oltre 200 metri. E’ inoltre ricoperta per la maggior parte da una fitta vegetazione (fotografia n. 23). Anche gli inghiottitoi di Orsivacca, Cozzetta e Caravo o Baccuta (fotografie n. 1, 2 e 3) sono ugualmente visitabili all’esterno e sono altresì oggetto di molta attenzione per le loro particolari caratteristiche naturali.

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